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Si narra d’un monaco indiano, chiamato Bodhidharma,
giunto al tempio di Shao Lin (ai piedi dei monti
Song Shan, nel regno di Wei, in Cina), che insegnava
un nuovo approccio al buddismo, che comprendeva
anche lunghi periodi di stasi meditativa. Per aiutare
i monaci a sopportare le lunghe ore di meditazione, insegnò
loro tecniche di respirazione ed esercizi per sviluppare
la forza e le capacità di autodifesa nelle zone
montuose dove vivevano. Si ritiene che da questi insegnamenti
sia nato il dhyana o scuola meditativa
del buddismo, chiamata Chan dai cinesi
e zen dai giapponesi. La tecnica di
combattimento conosciuta come Shaolinquan,
o "lotta del tempio di Shao Lin", si
basa probabilmente sui suoi esercizi. Si pensa che
molte tecniche di combattimento cinesi e giapponesi derivino
da questa tradizione.
Esistono molti dubbi sull’attendibilità di
questa leggenda tuttavia, fin dall’antichità,
meditazione ed esercizi marziali furono aspetti complementari
del buddismo; l’uno passivo e statico, l’altro
attivo e dinamico.
I libri in cui sono contenuti gli insegnamenti di Bodhidharma
furono scritti tutti dopo la sua morte, inoltre tutte
le testimonianze del tempio di Shao Lin andarono bruciate
nel 1928, ed è molto improbabile che si possano
trovare altri documenti che vedano Bodhidharma come il
patriarca del Chan e delle arti marziali; ciò nonostante
i suoi insegnamenti vivono tramite i praticanti delle
arti che si dice abbia fondato.
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